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i Pennini Graffianti


ONETA CAPPELLI VIOLA FORMIGONI GATTI SIMEONI SPIAZZI BELOTTI BAZZANA BASELLI ZUBANI FERRARI VIGANO'


Maurizio Baselli
Sergio Bazzana
Giampaolo Belotti Benedetti
Pino Cappelli
Antongionata Ferrari Roberto Formigoni
 
Aurelio "Micio" Gatti  Franco Oneta
Luigi Simeoni
Raffaele Spiazzi
Stefano Viganò
Marco Viola
Fabrizio Zubani

     ESPOSIZIONI

ISEO
"L' Arsenale "

MONTICHIARI
" Pro Loco "

BRESCIA
" Palazzo Martinengo "

SAN FELICE DEL BENACO
" Ex Monte di Pietà "

BRESCIA
Piccola Galleria U.C.C.A.I

PALAZZOLO S.O.
Fondazione Cicogna Rampana

MARONE

 

Tra passione civile e sberleffo privato

Fausto Lorenzi

È sempre difficile raccogliere i materiali della cronaca marginale di un'epoca. Non si può negare che si scartabellino i fogli degli umoristi e vignettisti cercando se vi si possa configurare una sorta di psicografia del Novecento bresciano: ci si imbatte piuttosto in un'esemplarità di modelli d'accortezza o dabbenaggine. Ma è vero - anche in un'esplorazione empirica, che nasce come un primo assaggio estemporaneo e vagabondo di umoristi e caricaturisti bresciani, tralasciandone molti  che ci si interroga sempre su una strana categoria, la brescianità: fonderebbe il carattere dei bresciani su un po' prosaico ma sano accomodamento, su una rude capacità di produrre cose solide e solidali, in nome d'un'efficienza che rifugge dalla magnificenza, d'un decoro di buon senso che è primato delle cose, attenzione alla cultura applicata. Qui però, in un vagabondaggio che capta il movimento con cui la materia (concorrono variamente matita, china, biro, pennello, pennarello, acquerello...) si coagula o si sgrana su fogli e tavole, ci si può lasciare sprofondare a leggere in maniera insolita, in tralice, un inconscio collettivo. E c'è, magari, il segno d'una brescianità eterodossa, nell'intelligenza ammiccante di brigata, nel gusto persino di sprecare il proprio talento, per la distillazione d'una battuta, d'una caricatura. La stessa varietà delle tecniche segnala una rottura delle convenzioni, la possibilità di soprassalti di senso e d'incursioni ironiche nel clichet della brescianità, dalla gestualità che si ferma allo stato di abbozzo alla densa saturazione cromatica, dalla soluzione fumettistica al registro pop. Ne viene in ogni caso un filtro d'ironico buonsenso, un esercizio di autoironia, di sfottò e mugolii piuttosto che di ramanzine. E infatti le immagini testimoniano tutte di correttori del gusto, di suggeritori di un'educazione morale e civile alla decenza del vivere senza prevaricazioni. Se si cercano Savonarola della matita, è difficile ritrovarli in questi autori. Ma moralisti, nel senso della decenza, lo sono, in tempi molto indecenti, sulla scena pubblica, nel vivere associato. E poi c'è anche la difesa d'un aspetto artigianale che è una misura di meditazione e d'ethos di un certo vivere civile, oggi che con computer-graphic e fotocolor si possono ottenere "art" e "lettering" senza saper disegnare. Il gusto sapiente d'artigianato e di riflessione, d'ammicco all'intelligenza nel tocco personale, nel commento umoroso sul mondo e i personaggi intorno , affonda le radici proprio nell'umiltà dell'artigiano, come artigiani si definiscono oggi gli artisti intenti al recupero di scarti e frammenti di memoria di fronte alle "strutture inespressive" che organizzano la società di massa come assemblea di anonimi. È ribaltata proprio quella prepotenza con cui ormai ci vanno opprimendo le immagini, vero strumento di potere onnivoro. Attraverso questi caricaturisti ci viene proposta una smarrita civiltà del riso, in un'epoca che ama invece la risata sguaiata e contundente. Un volo nella leggerezza di spirito, arguto e volatile, o di burbero brontolio che pure è una forma di controllo sociale: del resto i personaggi stessi, sul foglio bianco, levitano spesso in una atmosfera trasparente e rarefatta. Si coglie allora un riverbero, un controcanto ironico, di teatrino sottilmente bislacco, ma anche un po' melanconico, come se personaggi e situazioni potessero essere oggi riletti nella filigrana delle occasioni perdute dalla storia, dei vizi e difetti della città. L'attuale è solo una segnalazione che suggerisce alcune  figure, o piuttosto umori. Bisognerebbe distinguere tra coloro che hanno lavorato sul  versante pubblico, legati a giornali e riviste, quindi a un preciso "commento" della realtà, a una motivata  partecipazione sulla scena della vita civica e associata; coloro che sono disegnatori professionisti sul fronte del fumetto, piuttosto che della comic strip; e coloro che invece hanno esercitato una propria vena più privata. I veri pennini graffianti sono ovviamente quelli che intrecciano o hanno intrecciato le proprie vignette a una precisa pubblicistica: la loro storia non è separabile da quella dei giornali e delle riviste a cui collaborano o hanno collaborato. Perciò qui, in assenza di un'esplorazione di questo tipo, che richiederebbe una lunga esplorazione archivistica, si mischiano segnalazioni a volte brevissime anche per acclarati professionisti, però magari attivi sul fronte del fumetto o dell'elaborazione grafica "seria", e invece sporadici disegnatori di satira politica e di costume.
Per ora, dunque, ci si limita a offrire dei flashes, dei guizzi d'umori anche difformi. Anche perché ci vorrebbe pure un'indagine su scuole di grafica, strip comica, fumetto, che un tempo ebbero sbocco a Brescia soprattutto nelle prestazioni d'illustratori per la Scuola Editrice; e in anni recenti e da segnalare almeno il particolarissimo ruolo di forma:ore svolto da Ruben Sosa col suo Studio d'arti visive. Questo testo è nato con una vena d'estemporaneità non dissimile da quella delle occasioni vignettistiche, in relazione alla prima mostra dei Pennini graffianti, promossa da Auirelio "Micio" Gatti con l'Arsenale d'Iseo. È riproposto con lo stesso piglio un po' nomade e svagato, con minimi ritocchi, lasciando citazioni d'artisti magari non presenti in que-ta seconda tappa, e magari tralasciando qualche artista qui presente, le cui tavole siano giunte all'ultimo minuto. Del resto lo spirito dei Pennini graffianti è appunto quello della brigata aperta, in cui si va e si viene, e c'è spazio per la battuta sapida, la pronta ironia, lo sberleffo arguto, l'ammicco complice. Si scherza, si sbeffeggia, si sorride, sono banditi i permalosi. Però, volendo essere un poco seriosi, è giusto ricordare che proprio su questa ritualità di brigata cittadina è cresciuta la tradizione della novellistica, dal DueTrecento all'età umanistica, e che sul filo del controcanto ironico e della sanzione di (cattivo) gusto è nata tutta una visione del "sapersi condurre", dell'esser presti ed a proprio agio in società, che molto ha agito sulle regole del costume e sulla società urbana, sull'apprezzamento dell'intelligenza presta, sulle forme di cortesia e d'urbanità, nutriti tutti d'un po' d'autoironia e di tolleranza.


 

  In Raffaele Spiazzi, medico direttore sanitario dell'ospedale dei bambini, risulta nel segno leggero dei disegni un approccio sempre colloquiale, garbato, anche autoironico. Un sarcastico indulgente, d'uno che si sente borghese anche lui, sicché quando sorride degli altri, del suo stesso ambiente di vita e professione, ride di sé. Non è il suo un disegno naif, perché ha fatto l'illustratore di testi scolastici e scientifico-universitari. Anzi, la sua impaginazione s'è fatta sempre più raffinata, anche nell'evidenza "tridimensionale" con cui i personaggi crescono verso lo spettatore, a catturarne l'attenzione ed a coinvolgerlo in un"'inquisizione" diretta. ineludibile; o nell'organizzazione dello spazio, in tavole di complessa proliferazione, dove i comparti non sono mai isolati. Anche il disegno dunque come forma di coinvolgimento, di esercizio di umanità nella professione medica.

Sergio Bazzana, pittore soprattutto d'acquerelli di sorvegliatissimo tono discorsivamente lirico, emerge qui per un antico talento di disegnatore-illustratore, con qualche guizzo ironico e iroso, che pur sempre impigliava la quintessenza di minimi accadimenti quotidiani, i piccoli sussulti del cuore, gli aliti d'aria, i vezzi e i tic delle persone e i moti più esili del paesaggio. Era pur sempre l'allenamento a quella misura di mitezza e saggia giustizia quotidiana che avrebbe segnato nel pittore la pacata, sommessa ma ferma urgenza morale della relazione ravvicinata tra lo sguardo e il mondo.

È emerso come grafico e illustratore di temi sportivi Roberto Formigoni, sempre col gusto del cantastorie, ritraendosi come globetrotter, e autostoppista, poi clown e "tramp" alla Charlot di Chaplin, poi ciclista e vagabondo sulla scorta dei romanzi di Herman Hesse di fascinazione per giovani in cerca di sé stessi sulle vie del mondo, quindi esploratore dell'eros, con scene d'un kamasutra domestico proiettate su filigrane alla Schiele. L'impaginazione è quella della ballata "cinefumettistica", tra traccia lacerata e diaristica. Formigoni con segno rapsodico e guizzante, sempre smagliato, crea un fumetto frantumato, lacerato; anche il suo colore è fatto di zonature mobili, ansiose di inseguire la vita nella sua fuggevolezza.

Giampaolo Belotti Benedetti, 1954, si autoritrae come uno Stevenson, come se fosse sempre pronto a tornare ragazzo aperto all'avventura nel mondo, con una valigia di carta. Una valigia di libri, romanzi avventurosi e picareschi, poemi lirici e sentimentali, atlanti di Mari del Sud e mappe di tesori in isole misteriose, sull'onda d'una romantica, sognante inquietudine. E il disegno pare proprio una rotta tracciata attorno a una figura, a un ritratto, come se dovesse circumnavigare isole misteriose dei Mari del Sud, ma in un'attitudine arguta e volatile, sospesa tra avventura picaresca e sogno lirico e fatuo. Certo Belotti Benedetti sembrerebbe saldamente ancorato per terra, con quel buonsenso da caricaturista che inchioda ogni personaggio ai suoi tic, alle sue manie e fobie, con minuzia descrittiva, segno pulito, preciso e fitto: ma il suo è lo spazio dilatato e galleggiante dei sogni, come quando ne "L'APErtura" mandò un'ape a volare costantemente sul bilico tra l'io e il mondo.

Aurelio "Micio" Gatti ha uno stile più sornione e arruffatto, che si rizza come il pelo d'un gatto, come la barba scarmigliata del suo autoritratto corpulento, spelacchiato, occhialuto e barbuto. La sua penna è attenta alle fisionomie, nel dubbio che il volto sia davvero specchio dell'anima, rivelatore anche solo in un tic, ma ha soprattutto questa natura di burbanza benefica. Come un gatto, ama tornare nella sua casa, ad acquattarsi nella sua galleria d'iseani con indolenza sorniona, ma pronto a scorribande dove serve di tanto in tanto anche allungare la zampata, a graffiare. Sa che basta un piccolo scarto, un tratto deformato, e già siamo insidiati nell'apparente normalità, continuiamo a sorridere ma già incurvando le labbra all'ingiù, anche noi in una smorfia un po' felina. In fondo disegna a corpo sciolto, per intenderne proprio la gestualià corporale, l'ammicco tutto fisico, tra indolenza e scatto imprevedibile.

Anton Gionata Ferrari (1960) è grafico e cartoonist, disegnatore nel campo dell'editoria per ragazzi; in questo ambito d'illustrazione lavora anche Fabrizio Zubani (1960). Sono disegnatori sofisticati, carichi di filigrane che raccolgono più tradizioni, dalla cartellonistica al fumetto, all'immaginario cinematografico, al fantasy. Il primo ha  un'impaginazione più espressionistica, fusa col linguaggio visivo, la struttura e il ritmo della cultura popolare dei fumetti e dei graffiti; il secondo ha un tratto più vicino al cartoon burlesco e strampalato, comico-parossistico, di stiracchiamento di tratti e di deformazione gommosa, in forma di slapstick-comedy.



 

Franco Oneta (1934) è ben noto disegnatore professionale di comics che vive a Desenzano. Coi suoi Trottolo, Spiritello, Anacleto, Pallino, Giuggiola e soci ha deliziato migliaia di giovani lettori del Messaggero dei ragazzi, del Giornalino, del Piccolo Missionario. Ha anche realizzato in Italia molte storie dei Flinstones, gli antenati creati da Hanna & Barbera. Nelle caricature è come se affiorasse un teatro dei burattini, un mondo al rovescio del Carnevale, dove inscenare il "mistero buffo" d'un'illustrazione ricca di filigrane colte ma popolaresca, intensamente mimica, sempre di tratto fumettistico e bonario.

E vicino a certa grafica da fumetto o da rivista illustrata è "Sime", Luigi Simeoni, che infatti crea storie a fumetti per Star Comics o per Sergio Bonelli. Persino le sue caricature sono talora nutrite dello spirito avventuroso dei fumetti, specie quelli di deriva americana anni '40. Usa i disegni come i novellieri usano le parole e tende a trasformare i comics in letteratura disegnata.

In questa tradizione di grafica da fumetto s'iscrive anche Stefano Viganò che lavora tutto sulla deformazione e lo stiramento dei tratti anatomici. È l'ammicco ai cartoon, in cui gli eroi subiscono le più incredibili manipolazioni e mutazioni, per poi tornare senza danno nella fisionomia originaria. Lo stesso per i personaggi presi di mira da Viganò, in una fisiognomica bonaria, che li innalza in un'araldica arguta della quotidianità.


Maurizio Baselli (1966) è un bresciano di grazia quasi da minuetto rococò nell'avvolgere protagonisti politici ed economici della vita locale nelle peripezie della cronaca, con un disegno brioso e sciolto, che sembra discendere da una tradizione di "capricci" caricaturali e carnevaleschi per la quale un tempo s'usavano sempre fantasie musicali: scherzi, divertimenti, fughe.
 
Giuseppe Cappelli (1942) è vignettista bonario, di segno fitto, che attribuisce al disegno col tradizionale fumetto di parole la tessitura d'una rete di comunicazione, attraverso la Mail Art, l'arte postale. Crea in tal modo un circuito di "gesti corsari" in spirito di indipendenza e libera invenzione. C'è l'ansia sottile di una creatività necessaria alla vita, proposta anche nelle piccole cose come riscatto per tutti. Va ricordato come antesignano della Mail Art sia stato un personaggio bresciano come "Gac" Guglielmo Achille Cavellini, che in tal modo tentò di costruire una ragnatela di comunicazioni totalmente libertaria, senza regole e dottrine, che in campo artistico aggirasse o infiltrasse a macchia di leopardo la barriera del mercato, delle gallerie, della critica, in nome di un'arte praticata da tutti. A suo modo, si muove con questo spirito anche la disseminazione di vignette di Cappelli, tutte legate a comunissime, ma spesso grottesche, surreali situazioni della vita quotidiana, fino a sciogliersi nel flusso di immagini della comunicazione di massa, come una sorta di difesa contro una vita priva di memoria, perfettamente globalizzata, consegnata ad un destino meccanico.

 C'è un salto tra la dimensione di diario o di schizzo novellistico cittadino di questi autori e alcuni bresciani assenti da questa mostra, ma che pure sono partiti anche dall'infilzare qualche magagna locale. Su tutti Lorenzo Mattotti, nato "per caso" a Brescia nel 1954 (figlio di un militare), oggi uno dei più celebri disegnatori del mondo, soprattutto in Francia e negli Stati Uniti. Vive a Parigi, ma la sua grafica accompagna sempre in questi anni la festa internazionale del Circo contemporaneo a Brescia. È un grande narratore per immagini. Nato come autore di storie a fumetti (su Re Nudo e le fanzine underground, e con Carpinteri, Igort e Jori nel gruppo Valvoline ha letteralmente rivoluzionato, in chiave surreale, impaginazione e grafica del fumetto italiano, dando dignità pittorica alle tavole); è diventato autore di copertine e illustrazioni per "Vanity", "the New Yorker", "Le Monde", ha pubblicato romanzi per immagini ("Il signor Spartaco", "Doctor Nefasto", "Fuochi", "L'uomo alla finestra", "La zona fatua", "Stigmate"...) presso editori come Einaudi e Feltrinelli. Alcuni di questi romanzi sono stati scritti a quattro mani: disegni e pastelli di Mattotti, testi di amici scrittori. Mattotti sembra affascinato da elementi nevrotici, fantastici e stregoneschi, da un'atmosfera stralunata, fosca, lampeggiante, spesso sospesa tra sogno e incubo, attrazione e sgomento. Le figure di Mattotti sono sempre ellittiche, corpose, gigantesche, e insieme instabili, pronte a sciogliersi, perché si reggono proprio sulla fortissima carica emotiva, che fonde al calor bianco segni e stati d'animo. accanto al disegnatore dal pastello materico, denso, sensibilizzato, c'è anche un disegnatore a china o a matita d'ironia più leggera, graffiante, di illuminazioni argute e sottili contrazioni melanconiche, piccoli fantasmi tremanti.

Da ricordare anche Gabriele Picco, ormai artista ben avviato sulla scena internazionale, che ha usato la forma della vignetta e della comic strip a guisa di un'umorosa, sapida stenografia novellistica, in un ritmo, una calcolata sapienza di arte satirica, che vive d'un estro anche doloroso. Ma la vignetta è poi diventata struttura di una pittura tanto irriverente quanto sofisticata. Il gusto di capricciosa fatalità, di ammiccamento complice e sottile perfidia regge il leggerissimo equilibrio tra la notazione descrittiva - puntuale, d'acuto umorismo -, ed il lirismo d'un incantato e favoloso abbandono alle storie dei suoi personaggi, in un riverbero lievemente assurdo, grottesco e fatuo. L'attitudine incongrua, arguta e volatile fa camminare miracolosamente Picco su un crinale sospeso tra avventura picaresca dentro la più banale, bieca quotidianità e sogno lirico e bislacco. Lui sogna di causare il cortocircuito, di far collassare quella banalità onnivora che è il mondo d'oggi, puro tessuto d'immagini che diventano desiderio e imperativo categorico, e far emergere la ricchezza spuria del sottosuolo, il magma vitalistico che ribolle e s'arrabbia e si frustra nella solitudine d'un individuo. Altro autore da citare è Fausto Gilberti, che vive tra schermo cinematografico e tavole dei comics, anch'egli però ormai volto al mondo dell'arte. È straordinaria l'evidenza teatrale e visiva, dialogica, delle interpretazioni di Gilberti, che ha tra i suoi strumenti grafico-pittorici (dal bianconero netto, filmico, è emerso a poco a poco anche il colore) anche una vocina impertinente, dispettosa, che fa dei suoi personaggi i paradigmi della contraddizione d'essere insieme burattini (agiti dai massmedia anche nei propri sogni e affetti) e persone adulte. Sicché emerge persino un clima da fiaba nera, cruda e onnivora, in netti scontri di colori, onirici e rapinosi, in cui i personaggi si ritrovano come insetti rinsecchiti. I suoi personaggi sono comici, fumettistici. D'una comicità, manco a dirlo, stravolta e stralunata, che ci guida a ridere dove gli altri non ridono affatto, e viceversa. E si portano in giro qualcosa della sgomenta mansuetudine del nomade, la stessa allucinata, burlesca protesta dello Charlot vagabondo di Chaplin. La diaspora a cui appartiene Gilberti è la stessa dei Simpson, o di Charlie Brown. Il destino pare non sopportarci più e ci lascia in forme slogate e trasumanate, in doppi stiracchiati a tiramolla e marionettistici, paradossi d'un'umanità degradata, che pure cerca consolazione in una buffoneria tenera e surreale. Ci pare giusto evocare, su questo versante d'artisti bresciani affermati, che non disdegnano anche stilemi vignettisici, anche le tavolette a mezzo tra la narratività delle predelle di antiche pale, il candore di ex voto e il gusto d'animazione fumettistica di Giuliano Guatta. Nella sua indagine dell'assurdo quotidiano c'è un dubbio di disumanità naturale, nel dover rappresentare ciascuno una parte, nella vita quotidiana: ciascuno chiuso nel proprio ruolo, in realtà fuori di sé, in una catena di modelli che rimandano a modelli, miti, leggende, figure (e figurine) della cultura popolare. Da ricordare senz'altro, nello specifico campo d'illustratore e vignettista, il desenzanese Marco Scuto, emerso come caricaturista negli anni Ottanta per le pagine di quotidiani e periodici nazionali, e di illustratore per grandi editori come Mondadori, con un piglio di i sciolto e ironico dandismo nel gusto di investigatore sottile, tra precisione minuta e scarto ironico, di caratterizzazione sul filo dell'assurdo delicato e del beffardo lieve: quasi un bonario sprezzo aristocratico, piuttosto che una caricatura aggressiva e sguaiata. Non è mai un grafico scombinato e proliferante, anche quando popola fittamente le tavole di figurine ricche di particolari: coltiva la chiarezza ritmica del disegno classico ed il gusto della precisione scientifica da illustratore di un'enciclopedia illuministica, con segno pulito e fitto, "adulto", e contemporaneamente affida al segno il carico "fanciullesco" d'una lieve deformazione di narratività favolistica, di formicolio dei cartoni animati e d'impaginazione fumettistica. Le vignette del caricaturista sono piuttosto schizzi affettuosi, dalla parte della gente che si porta dietro il suo carico di guai e difetti, dell'umorista di scettica indulgenza che infilza con lo sguardo penetrante sotto gli occhialini, ride sotto i baffi e annoda con disinvoltura una vignetta come un papillon, che non è certo un cappio al collo come una cravatta, per rendere più leggera e frizzante la vita.

Tra motti, epigrammi, perfide vignette, acuta grafica, questi umoristi bordeggiano tra ricerca appassionata, partecipazione alle vicende politiche e amministrative di città e provincia, e sottile dissidenza, entro una tradizione d'arguzia mordace, ma spesso con un retrogusto malinconico, nel disincanto.


                             Aurelio Gatti
Presidente del Centro culturale "l'Arsenale di     Iseo"
 

Tornano i Pennini Graffianti dopo l' exploit del 2006 a Palazzo Martinengo per gettare occhiate furtive sui bresciani e il Carnevale. Ognuno di loro da una lettura diversa della tradizione, veste dl abiti carnevaleschl personaggi conosciuti, vede situazionl e silhouettes senza cattiveria, ma con una simpatia che non rinuncia però a una giusta dose di pepe a sale I Pennini sono un gruppo di tutti maschi (ahimè) di diverse età, alcuni professionisti delta matita a del pennello, altri solo amatori delta vignetta o delta caricatura ma tutti accomunati dalla passione dello satira Si ritrovano ogni tanto per tarsi a vicenda feroci 'someanse' per litigare o per bere un bicchiere (non ci sono astemi) oppure per fare caricature estemporanee a chi lascia offerte per beneficenza. Hanno iniziato con una collettiva all'Arsenale di Iseo per poi ripetersi a Montichiari, a Brescia e a San Felice del Benaco. Possono disegnare fumetti, illustrare libri, realizzare motivi pubblicitari, inventare vignette d'attualità, decorare oggetti e fare caricature su commissione Questa ricomparsa in città allo galleria UCAI, oltre naturalmente a esternare un sentimento di riconoscenza per la chiamata ad esporre in questo prestigioso ambiente, li Impegna a dimostrare di essere i continuatori di quello spiritaccio satirico che sempre ha caratterizzato i bresciani Rassega non a nato per caso della penna del nostro poeta Angelo Canossi. Le osterie, le botteghe, certe associazioni, l’ambiente dei professionisti del foro o del giornale sempre (anche se andiamo indietro più di un centinaio di anni) hanno espresso personalità dotate di quell’ ironia capace di colpire con battute mordaci gli aspetti più ridicoli a grotteschi delta quotidianità, di bucare con una osservazione azzeccata tanti palloni gonfiati del mondo cittadino, Questa mostra è pertanto una chiamata al pubblico perché possa giudicare se l’antico valor non è ancor morto!