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Tra passione civile
e sberleffo privato
Fausto Lorenzi
È sempre
difficile raccogliere i materiali della cronaca marginale di
un'epoca. Non si può negare che si scartabellino i fogli degli
umoristi e vignettisti cercando se vi si possa configurare una
sorta di psicografia del Novecento bresciano: ci si imbatte
piuttosto in un'esemplarità di modelli d'accortezza o
dabbenaggine. Ma è vero - anche in un'esplorazione empirica, che
nasce come un primo assaggio estemporaneo e vagabondo di umoristi
e caricaturisti bresciani, tralasciandone molti che ci si
interroga sempre su una strana categoria, la brescianità:
fonderebbe il carattere dei bresciani su un po' prosaico ma sano
accomodamento, su una rude capacità di produrre cose solide e
solidali, in nome d'un'efficienza che rifugge dalla magnificenza,
d'un decoro di buon senso che è primato delle cose, attenzione
alla cultura applicata. Qui però, in un vagabondaggio che capta il
movimento con cui la materia (concorrono variamente matita, china,
biro, pennello, pennarello, acquerello...) si coagula o si sgrana
su fogli e tavole, ci si può lasciare sprofondare a leggere in
maniera insolita, in tralice, un inconscio collettivo. E c'è,
magari, il segno d'una brescianità eterodossa, nell'intelligenza
ammiccante di brigata, nel gusto persino di sprecare il proprio
talento, per la distillazione d'una battuta, d'una caricatura. La
stessa varietà delle tecniche segnala una rottura delle
convenzioni, la possibilità di soprassalti di senso e d'incursioni
ironiche nel clichet della brescianità, dalla gestualità che si
ferma allo stato di abbozzo alla densa saturazione cromatica,
dalla soluzione fumettistica al registro pop. Ne viene in ogni
caso un filtro d'ironico buonsenso, un esercizio di autoironia, di
sfottò e mugolii piuttosto che di ramanzine. E infatti le immagini
testimoniano tutte di correttori del gusto, di suggeritori di
un'educazione morale e civile alla decenza del vivere senza
prevaricazioni. Se si cercano Savonarola della matita, è difficile
ritrovarli in questi autori. Ma moralisti, nel senso della
decenza, lo sono, in tempi molto indecenti, sulla scena pubblica,
nel vivere associato. E poi c'è anche la difesa d'un aspetto
artigianale che è una misura di meditazione e d'ethos di un certo
vivere civile, oggi che con computer-graphic e fotocolor si
possono ottenere "art" e "lettering" senza saper disegnare. Il
gusto sapiente d'artigianato e di riflessione, d'ammicco
all'intelligenza nel tocco personale, nel commento umoroso sul
mondo e i personaggi intorno , affonda le radici proprio
nell'umiltà dell'artigiano, come artigiani si definiscono oggi gli
artisti intenti al recupero di scarti e frammenti di memoria di
fronte alle "strutture inespressive" che organizzano la società di
massa come assemblea di anonimi. È ribaltata proprio quella
prepotenza con cui ormai ci vanno opprimendo le immagini, vero
strumento di potere onnivoro. Attraverso questi caricaturisti ci
viene proposta una smarrita civiltà del riso, in un'epoca che ama
invece la risata sguaiata e contundente. Un volo nella leggerezza
di spirito, arguto e volatile, o di burbero brontolio che pure è
una forma di controllo sociale: del resto i personaggi stessi, sul
foglio bianco, levitano spesso in una atmosfera trasparente e
rarefatta. Si coglie allora un riverbero, un controcanto ironico,
di teatrino sottilmente bislacco, ma anche un po' melanconico,
come se personaggi e situazioni potessero essere oggi riletti
nella filigrana delle occasioni perdute dalla storia, dei vizi e
difetti della città. L'attuale è solo una segnalazione che
suggerisce alcune figure, o
piuttosto umori. Bisognerebbe distinguere tra coloro che hanno
lavorato sul versante pubblico, legati a giornali e riviste,
quindi a un preciso "commento" della realtà, a una motivata
partecipazione sulla scena
della vita civica e associata; coloro che sono disegnatori
professionisti sul fronte del fumetto, piuttosto che della comic
strip; e coloro che invece hanno esercitato una propria vena più
privata. I veri pennini graffianti sono ovviamente quelli che
intrecciano o hanno intrecciato le proprie vignette a una precisa
pubblicistica: la loro storia non è separabile da quella dei
giornali e delle riviste a cui collaborano o hanno collaborato.
Perciò qui, in assenza di un'esplorazione di questo tipo, che
richiederebbe una lunga esplorazione archivistica, si mischiano
segnalazioni a volte brevissime anche per acclarati
professionisti, però magari attivi sul fronte del fumetto o
dell'elaborazione grafica "seria", e invece sporadici
disegnatori di satira politica e di costume.
Per ora, dunque, ci si limita a
offrire dei flashes, dei guizzi d'umori anche difformi. Anche
perché ci vorrebbe pure un'indagine su scuole di grafica, strip
comica, fumetto, che un tempo ebbero sbocco a Brescia soprattutto
nelle prestazioni d'illustratori per la Scuola Editrice; e in anni
recenti e da segnalare almeno il particolarissimo ruolo di
forma:ore svolto da Ruben Sosa col suo Studio d'arti visive.
Questo testo è nato con una vena d'estemporaneità non dissimile da
quella delle occasioni vignettistiche, in relazione alla prima
mostra dei Pennini graffianti, promossa da Auirelio "Micio" Gatti
con l'Arsenale d'Iseo. È riproposto con lo stesso piglio un po'
nomade e svagato, con minimi ritocchi, lasciando citazioni
d'artisti magari non presenti in que-ta seconda tappa, e magari
tralasciando qualche artista qui presente, le cui tavole siano
giunte all'ultimo minuto. Del resto lo spirito dei Pennini
graffianti è appunto quello della brigata aperta, in cui si va e
si viene, e c'è spazio per la battuta sapida, la pronta ironia, lo
sberleffo arguto, l'ammicco complice. Si scherza, si sbeffeggia,
si sorride, sono banditi i permalosi. Però, volendo essere un poco
seriosi, è giusto ricordare che proprio su questa ritualità di
brigata cittadina è cresciuta la tradizione della novellistica,
dal DueTrecento all'età umanistica, e che sul filo del controcanto
ironico e della sanzione di (cattivo) gusto è nata tutta una
visione del "sapersi condurre", dell'esser presti ed a proprio
agio in società, che molto ha agito sulle regole del costume e
sulla società urbana, sull'apprezzamento dell'intelligenza presta,
sulle forme di cortesia e d'urbanità, nutriti tutti d'un po' d'autoironia
e di tolleranza.
In Raffaele Spiazzi,
medico direttore sanitario dell'ospedale dei bambini, risulta nel
segno leggero dei disegni un approccio sempre colloquiale,
garbato, anche autoironico. Un sarcastico indulgente, d'uno che si
sente borghese anche lui, sicché quando sorride degli altri, del
suo stesso ambiente di vita e professione, ride di sé. Non è il
suo un disegno naif, perché ha fatto l'illustratore di testi
scolastici e scientifico-universitari. Anzi, la sua impaginazione
s'è fatta sempre più raffinata, anche nell'evidenza
"tridimensionale" con cui i personaggi crescono verso lo
spettatore, a catturarne l'attenzione ed a coinvolgerlo in
un"'inquisizione" diretta. ineludibile; o nell'organizzazione
dello spazio, in tavole di complessa proliferazione, dove i
comparti non sono mai isolati. Anche il disegno dunque come forma
di coinvolgimento, di esercizio di umanità nella professione
medica.
Sergio Bazzana,
pittore soprattutto d'acquerelli di sorvegliatissimo tono
discorsivamente lirico, emerge qui per un antico talento di
disegnatore-illustratore, con qualche guizzo ironico e iroso, che
pur sempre impigliava la quintessenza di minimi accadimenti
quotidiani, i piccoli sussulti del cuore, gli aliti d'aria, i
vezzi e i tic delle persone e i moti più esili del paesaggio. Era
pur sempre l'allenamento a quella misura di mitezza e saggia
giustizia quotidiana che avrebbe segnato nel pittore la pacata,
sommessa ma ferma urgenza morale della relazione ravvicinata tra
lo sguardo e il mondo.
È emerso come grafico e
illustratore di temi sportivi
Roberto Formigoni,
sempre col gusto del cantastorie, ritraendosi come globetrotter, e
autostoppista, poi clown e "tramp" alla Charlot di Chaplin, poi
ciclista e vagabondo sulla scorta dei romanzi di Herman Hesse di
fascinazione per giovani in cerca di sé stessi sulle vie del
mondo, quindi esploratore dell'eros, con scene d'un kamasutra
domestico proiettate su filigrane alla Schiele. L'impaginazione è
quella della ballata "cinefumettistica", tra traccia lacerata e
diaristica. Formigoni con segno rapsodico e guizzante, sempre
smagliato, crea un fumetto frantumato, lacerato; anche il suo
colore è fatto di zonature mobili, ansiose di inseguire la vita
nella sua fuggevolezza.
Giampaolo
Belotti Benedetti, 1954, si autoritrae come uno
Stevenson, come se fosse sempre pronto a tornare ragazzo aperto
all'avventura nel mondo, con una valigia di carta. Una valigia di
libri, romanzi avventurosi e picareschi, poemi lirici e
sentimentali, atlanti di Mari del Sud e mappe di tesori in isole
misteriose, sull'onda d'una romantica, sognante inquietudine. E il
disegno pare proprio una rotta tracciata attorno a una figura, a
un ritratto, come se dovesse circumnavigare isole misteriose dei
Mari del Sud, ma in un'attitudine arguta e volatile, sospesa tra
avventura picaresca e sogno lirico e fatuo. Certo Belotti
Benedetti sembrerebbe saldamente ancorato per terra, con quel
buonsenso da caricaturista che inchioda ogni personaggio ai suoi
tic, alle sue manie e fobie, con minuzia descrittiva, segno
pulito, preciso e fitto: ma il suo è lo spazio dilatato e
galleggiante dei sogni, come quando ne "L'APErtura" mandò un'ape a
volare costantemente sul bilico tra l'io e il mondo.
Aurelio "Micio" Gatti
ha uno stile più sornione e arruffatto, che si rizza come il pelo
d'un gatto, come la barba scarmigliata del suo autoritratto
corpulento, spelacchiato, occhialuto e barbuto. La sua penna è
attenta alle fisionomie, nel dubbio che il volto sia davvero
specchio dell'anima, rivelatore anche solo in un tic, ma ha
soprattutto questa natura di burbanza benefica. Come un gatto, ama
tornare nella sua casa, ad acquattarsi nella sua galleria d'iseani
con indolenza sorniona, ma pronto a scorribande dove serve di
tanto in tanto anche allungare la zampata, a graffiare. Sa che
basta un piccolo scarto, un tratto deformato, e già siamo
insidiati nell'apparente normalità, continuiamo a sorridere ma già
incurvando le labbra all'ingiù, anche noi in una smorfia un po'
felina. In fondo disegna a corpo sciolto, per intenderne proprio
la gestualià corporale, l'ammicco tutto fisico, tra indolenza e
scatto imprevedibile.
Anton Gionata
Ferrari (1960) è grafico e cartoonist,
disegnatore nel campo dell'editoria per ragazzi; in questo ambito
d'illustrazione lavora anche Fabrizio Zubani (1960). Sono
disegnatori sofisticati, carichi di filigrane che raccolgono più
tradizioni, dalla cartellonistica al fumetto, all'immaginario
cinematografico, al fantasy. Il primo ha un'impaginazione più
espressionistica, fusa col linguaggio visivo, la struttura e il
ritmo della cultura popolare dei fumetti e dei graffiti; il
secondo ha un tratto più vicino al cartoon burlesco e strampalato,
comico-parossistico, di stiracchiamento di tratti e di
deformazione gommosa, in forma di slapstick-comedy.
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Franco Oneta
(1934) è ben noto disegnatore professionale di
comics che vive a Desenzano. Coi suoi Trottolo, Spiritello,
Anacleto, Pallino, Giuggiola e soci ha deliziato migliaia di
giovani lettori del Messaggero dei ragazzi, del Giornalino, del
Piccolo Missionario. Ha anche realizzato in Italia molte storie
dei Flinstones, gli antenati creati da Hanna & Barbera. Nelle
caricature è come se affiorasse un teatro dei burattini, un mondo
al rovescio del Carnevale, dove inscenare il "mistero buffo"
d'un'illustrazione ricca di filigrane colte ma popolaresca,
intensamente mimica, sempre di tratto fumettistico e bonario.
E vicino a certa grafica da fumetto o da rivista illustrata è "Sime",
Luigi Simeoni, che infatti
crea storie a fumetti per Star Comics o per Sergio Bonelli.
Persino le sue caricature sono talora nutrite dello spirito
avventuroso dei fumetti, specie quelli di deriva americana anni
'40. Usa i disegni come i novellieri usano le parole e tende a
trasformare i comics in letteratura disegnata.
In questa tradizione di grafica da fumetto s'iscrive anche
Stefano Viganò che lavora
tutto sulla deformazione e lo stiramento dei tratti anatomici. È
l'ammicco ai cartoon, in cui gli eroi subiscono le più incredibili
manipolazioni e mutazioni, per poi tornare senza danno nella
fisionomia originaria. Lo stesso per i personaggi presi di mira da
Viganò, in una fisiognomica bonaria, che li innalza in un'araldica
arguta della quotidianità.
Maurizio Baselli (1966) è
un bresciano di grazia quasi da minuetto rococò nell'avvolgere
protagonisti politici ed economici della vita locale nelle
peripezie della cronaca, con un disegno brioso e sciolto, che
sembra discendere da una tradizione di "capricci" caricaturali e
carnevaleschi per la quale un tempo s'usavano sempre fantasie
musicali: scherzi, divertimenti, fughe.
Giuseppe Cappelli (1942) è
vignettista bonario, di segno fitto, che attribuisce al disegno
col tradizionale fumetto di parole la tessitura d'una rete di
comunicazione, attraverso la Mail Art, l'arte postale. Crea in tal
modo un circuito di "gesti corsari" in spirito di indipendenza e
libera invenzione. C'è l'ansia sottile di una creatività
necessaria alla vita, proposta anche nelle piccole cose come
riscatto per tutti. Va ricordato come antesignano della Mail Art
sia stato un personaggio bresciano come "Gac" Guglielmo Achille
Cavellini, che in tal modo tentò di costruire una ragnatela di
comunicazioni totalmente libertaria, senza regole e dottrine, che
in campo artistico aggirasse o infiltrasse a macchia di leopardo
la barriera del mercato, delle gallerie, della critica, in nome di
un'arte praticata da tutti. A suo modo, si muove con questo
spirito anche la disseminazione di vignette di Cappelli, tutte
legate a comunissime, ma spesso grottesche, surreali situazioni
della vita quotidiana, fino a sciogliersi nel flusso di immagini
della comunicazione di massa, come una sorta di difesa contro una
vita priva di memoria, perfettamente globalizzata, consegnata ad
un destino meccanico.
C'è un salto tra la
dimensione di diario o di schizzo novellistico cittadino di questi
autori e alcuni bresciani assenti da questa mostra, ma che pure
sono partiti anche dall'infilzare qualche magagna locale. Su tutti
Lorenzo Mattotti, nato "per caso" a Brescia nel 1954 (figlio di un
militare), oggi uno dei più celebri disegnatori del mondo,
soprattutto in Francia e negli Stati Uniti. Vive a Parigi, ma la
sua grafica accompagna sempre in questi anni la festa
internazionale del Circo contemporaneo a Brescia. È un grande
narratore per immagini. Nato come autore di storie a fumetti (su
Re Nudo e le fanzine underground, e con Carpinteri, Igort e Jori
nel gruppo Valvoline ha letteralmente rivoluzionato, in chiave
surreale, impaginazione e grafica del fumetto italiano, dando
dignità pittorica alle tavole); è diventato autore di copertine e
illustrazioni per "Vanity", "the New Yorker", "Le Monde", ha
pubblicato romanzi per immagini ("Il signor Spartaco", "Doctor
Nefasto", "Fuochi", "L'uomo alla finestra", "La zona fatua",
"Stigmate"...) presso editori come Einaudi e Feltrinelli. Alcuni
di questi romanzi sono stati scritti a quattro mani: disegni e
pastelli di Mattotti, testi di amici scrittori. Mattotti sembra
affascinato da elementi nevrotici, fantastici e stregoneschi, da
un'atmosfera stralunata, fosca, lampeggiante, spesso sospesa tra
sogno e incubo, attrazione e sgomento. Le figure di Mattotti sono
sempre ellittiche, corpose, gigantesche, e insieme instabili,
pronte a sciogliersi, perché si reggono proprio sulla fortissima
carica emotiva, che fonde al calor bianco segni e stati d'animo.
accanto al disegnatore dal pastello materico, denso,
sensibilizzato, c'è anche un disegnatore a china o a matita
d'ironia più leggera, graffiante, di illuminazioni argute e
sottili contrazioni melanconiche, piccoli fantasmi tremanti.
Da ricordare anche Gabriele
Picco, ormai artista ben avviato sulla scena internazionale, che
ha usato la forma della vignetta e della comic strip a guisa di
un'umorosa, sapida stenografia novellistica, in un ritmo, una
calcolata sapienza di arte satirica, che vive d'un estro anche
doloroso. Ma la vignetta è poi diventata struttura di una pittura
tanto irriverente quanto sofisticata. Il gusto di capricciosa
fatalità, di ammiccamento complice e sottile perfidia regge il
leggerissimo equilibrio tra la notazione descrittiva - puntuale,
d'acuto umorismo -, ed il lirismo d'un incantato e favoloso
abbandono alle storie dei suoi personaggi, in un riverbero
lievemente assurdo, grottesco e fatuo. L'attitudine incongrua,
arguta e volatile fa camminare miracolosamente Picco su un crinale
sospeso tra avventura picaresca dentro la più banale, bieca
quotidianità e sogno lirico e bislacco. Lui sogna di causare il
cortocircuito, di far collassare quella banalità onnivora che è il
mondo d'oggi, puro tessuto d'immagini che diventano desiderio e
imperativo categorico, e far emergere la ricchezza spuria del
sottosuolo, il magma vitalistico che ribolle e s'arrabbia e si
frustra nella solitudine d'un individuo. Altro autore da citare è
Fausto Gilberti, che vive tra schermo cinematografico e tavole dei
comics, anch'egli però ormai volto al mondo dell'arte. È
straordinaria l'evidenza teatrale e visiva, dialogica, delle
interpretazioni di Gilberti, che ha tra i suoi strumenti
grafico-pittorici (dal bianconero netto, filmico, è emerso a poco
a poco anche il colore) anche una vocina impertinente, dispettosa,
che fa dei suoi personaggi i paradigmi della contraddizione
d'essere insieme burattini (agiti dai massmedia anche nei propri
sogni e affetti) e persone adulte. Sicché emerge persino un clima
da fiaba nera, cruda e onnivora, in netti scontri di colori,
onirici e rapinosi, in cui i personaggi si ritrovano come insetti
rinsecchiti. I suoi personaggi sono comici, fumettistici. D'una
comicità, manco a dirlo, stravolta e stralunata, che ci guida a
ridere dove gli altri non ridono affatto, e viceversa. E si
portano in giro qualcosa della sgomenta mansuetudine del nomade,
la stessa allucinata, burlesca protesta dello Charlot vagabondo di
Chaplin. La diaspora a cui appartiene Gilberti è la stessa dei
Simpson, o di Charlie Brown. Il destino pare non sopportarci più e
ci lascia in forme slogate e trasumanate, in doppi stiracchiati a
tiramolla e marionettistici, paradossi d'un'umanità degradata, che
pure cerca consolazione in una buffoneria tenera e surreale. Ci
pare giusto evocare, su questo versante d'artisti bresciani
affermati, che non disdegnano anche stilemi vignettisici, anche le
tavolette a mezzo tra la narratività delle predelle di antiche
pale, il candore di ex voto e il gusto d'animazione fumettistica
di Giuliano Guatta. Nella sua indagine dell'assurdo quotidiano c'è
un dubbio di disumanità naturale, nel dover rappresentare ciascuno
una parte, nella vita quotidiana: ciascuno chiuso nel proprio
ruolo, in realtà fuori di sé, in una catena di modelli che
rimandano a modelli, miti, leggende, figure (e figurine) della
cultura popolare. Da ricordare senz'altro, nello specifico campo
d'illustratore e vignettista, il desenzanese Marco Scuto, emerso
come caricaturista negli anni Ottanta per le pagine di quotidiani
e periodici nazionali, e di illustratore per grandi editori come
Mondadori, con un piglio di i sciolto e ironico dandismo nel gusto
di investigatore sottile, tra precisione minuta e scarto ironico,
di caratterizzazione sul filo dell'assurdo delicato e del beffardo
lieve: quasi un bonario sprezzo aristocratico, piuttosto che una
caricatura aggressiva e sguaiata. Non è mai un grafico scombinato
e proliferante, anche quando popola fittamente le tavole di
figurine ricche di particolari: coltiva la chiarezza ritmica del
disegno classico ed il gusto della precisione scientifica da
illustratore di un'enciclopedia illuministica, con segno pulito e
fitto, "adulto", e contemporaneamente affida al segno il carico
"fanciullesco" d'una lieve deformazione di narratività
favolistica, di formicolio dei cartoni animati e d'impaginazione
fumettistica. Le vignette del caricaturista sono piuttosto schizzi
affettuosi, dalla parte della gente che si porta dietro il suo
carico di guai e difetti, dell'umorista di scettica indulgenza che
infilza con lo sguardo penetrante sotto gli occhialini, ride sotto
i baffi e annoda con disinvoltura una vignetta come un papillon,
che non è certo un cappio al collo come una cravatta, per rendere
più leggera e frizzante la vita.
Tra motti, epigrammi, perfide
vignette, acuta grafica, questi umoristi bordeggiano tra ricerca
appassionata, partecipazione alle vicende politiche e
amministrative di città e provincia, e sottile dissidenza, entro
una tradizione d'arguzia mordace, ma spesso con un retrogusto
malinconico, nel disincanto.
Aurelio Gatti
Presidente del Centro culturale "l'Arsenale di
Iseo"
Tornano i Pennini Graffianti
dopo l' exploit del 2006 a Palazzo Martinengo per gettare occhiate
furtive sui bresciani e il Carnevale. Ognuno di loro da una
lettura diversa della tradizione, veste dl abiti carnevaleschl
personaggi conosciuti, vede situazionl e silhouettes senza
cattiveria, ma con una simpatia che non rinuncia però a una giusta
dose di pepe a sale I Pennini sono un gruppo di tutti maschi
(ahimè) di diverse età, alcuni professionisti delta matita a del
pennello, altri solo amatori delta vignetta o delta caricatura ma
tutti accomunati dalla passione dello satira Si ritrovano ogni
tanto per tarsi a vicenda feroci 'someanse' per litigare o per
bere un bicchiere (non ci sono astemi) oppure per fare caricature
estemporanee a chi lascia offerte per beneficenza. Hanno iniziato
con una collettiva all'Arsenale di Iseo per poi ripetersi a
Montichiari, a Brescia e a San Felice del Benaco. Possono
disegnare fumetti, illustrare libri, realizzare motivi
pubblicitari, inventare vignette d'attualità, decorare oggetti e
fare caricature su commissione Questa ricomparsa in città allo
galleria UCAI, oltre naturalmente a esternare un sentimento di
riconoscenza per la chiamata ad esporre in questo prestigioso
ambiente, li Impegna a dimostrare di essere i continuatori di
quello spiritaccio satirico che sempre ha caratterizzato i
bresciani Rassega non a nato per caso della penna del nostro poeta
Angelo Canossi. Le osterie, le botteghe, certe associazioni,
l’ambiente dei professionisti del foro o del giornale sempre
(anche se andiamo indietro più di un centinaio di anni) hanno
espresso personalità dotate di quell’ ironia capace di colpire con
battute mordaci gli aspetti più ridicoli a grotteschi delta
quotidianità, di bucare con una osservazione azzeccata tanti
palloni gonfiati del mondo cittadino, Questa mostra è pertanto una
chiamata al pubblico perché possa giudicare se l’antico valor non
è ancor morto!
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